Sugli scaffali
I libri che ho scritto
Come la tecnologia influenza la salute? Questo è il filo conduttore dei miei progetti editoriali, alla portata di tutti.
#Malati
Com'è cambiato il nostro modo di stare male (o bene) nell'era dei social network (2025)
Per lungo tempo è stato il medico il custode di confessioni, paure e speranze dei malati. Oggi, invece, quando riceviamo una diagnosi, ci rivolgiamo al web, certi che qualcuno online ci ascolterà. Dai forum di pazienti come ambulatori virtuali dove condividere sintomi e consigli con le comunità di “pari”, ai primi cancer bloggers che sono andati virali imbattendosi in community di seguaci, fino all’era dei social network, che ha creato nuovi ruoli per chi si ammala: siamo di fronte a un fenomeno sociale in rapida crescita e che riguarda tutti noi. Perché tutti prima o poi possiamo ammalarci, e perché ormai passiamo più tempo su internet che negli ambienti sanitari.
Quanto fa bene raccontarsi sui social quando si sta male? Con una ricerca scientifica sul tema che è agli albori e frammentata, non c’è una risposta definitiva: ce ne sono molte.
C’è chi usa i social come diario digitale, chi trova informazioni utili o gruppi tossici, chi trasforma l’esperienza di malattia in attivismo sanitario o professioni digitali. E c’è anche chi mente.
«Dopo la diagnosi, la nostra versione digitale può diventare una gabbia con sbarre sempre più alte al crescere di follower e like. E rimanerci incastrati è molto più facile di quanto pensiamo».
Edito da Codice Edizioni.
Corpi estranei
Convivere con pacemaker e altri dispositivi sottopelle (2023)
Come ci si adatta a un corpo fatto non solo di carne e ossa? Serve fare manutenzione? E come si viene percepiti dalla società dopo l’impianto? Attraverso le voci dei pazienti, tra evidenze scientifiche e progetti pilota, il libro delinea uno scenario fatto di sfide individuali e collettive, dilemmi etici e tanta disinformazione; ma invita anche a riflettere sui limiti dell’uso della tecnologia in medicina, sull’importanza della collaborazione attiva dei pazienti nel percorso di cura e su quanto siamo disposti a fidarci del progresso nella speranza di stare meglio.
«Allora non si sentì una cavia, bensì una pioniera, ma all’eccitazione di essere tra i primi pazienti a beneficiare di un microchip così nuovo si era anche affiancata, da un certo momento in poi, l’incertezza riguardo alla sicurezza dell’intervento di impianto e alle conseguenze a lungo termine della convivenza con il piccolo ospite. Dopotutto, non conosceva nessuno che avesse incorporato quel dispositivo prima di lei».
Edito da Codice Edizioni.